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Lipodistrofia:storia, patogenesi, prevenzione e trattamento
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Indice pagine
A cura di Gabriella Orlando - Giovanni Guaraldi
Tratto da HIV: MANUALE DI GESTIONE DELLA LIPODISTROFIA
Adattamento a cura di Poloinformativohiv
Storia della lipodistrofia
Nell'era pre-HAART, le manifestazioni metaboliche e morfologiche dell'infezione da HIV erano rappresentate dall' AIDS wasting. Questa malnutrizione proteico-energetica si caratterizzava sia per una perdita di massa grassa e di massa magra, sia per un'ipertrigliceridemia. La patogenesi dall'AIDS wasting era multifattoriale e le terapie nutrizionali erano inefficaci in assenza di una stabilizzazione del quadro clinico definente l'AIDS. Questa condizione clinica era associata ad una diminuzione della sopravvivenza e della qualità di vita. L'introduzione della HAART ha portato ad una rapida diminuzione di incidenza dei quadri di AIDS wasting, tuttavia, le manifestazioni metabolico-morfologiche non sono affatto scomparse.
All'AIDS wasting, già agli inizi del 1997, si è sostituito un progressivo incremento di alterazioni metaboliche e morfologiche caratterizzate da lipoatrofia, lipoipertrofia, dislipidemia e resistenza insulinica, alterazioni metaboliche che si associano a fenomeni accelerati di aterosclerosi e all'aumento del rischio cardiovascolare. Mentre le alterazioni metaboliche e il rischio cardiovascolare rappresentano le complicanze che maggiormente condizionano la sopravvivenza del soggetto HIV, le alterazioni morfologiche (specialmente la lipoatrofia) sono i problemi più frequentemente riportati dai
pazienti perchè vanno a modificare l'aspetto stesso della persona, ciò che vedono gli altri.
Nel 1997 le British HIV Association guidelines for antiretroviral treatment of HIV seropositive individuals raccomandavano che la terapia antiretrovirale contenesse inibitori della proteasi di HIV (IP), grazie all'importante beneficio in termini di sopravvivenza conferito da questi farmaci. Erano note tossicità a breve termine degli inibitori della proteasi di HIV, quali la nefrolitiasi da indinavir, la diarrea e le parestesie periorali da ritonavir, la diarrea da nelfinavir, ma tali effetti collaterali si verificavano precocemente ed erano correlati all'assunzione della terapia, risolvendosi
completamente con la sospensione della stessa.
Nello stesso anno, precisamente l'11 giugno 1997, la Food and Drug Administration pubblicava il caso di 83 persone affette da infezione da HIV che avevano sviluppato iperglicemia o diabete mellito durante la terapia con IP. Dall'anno seguente cominciarono a susseguirsi descrizioni, spesso aneddotiche, di alterazioni della distribuzione del tessuto adiposo corporeo, quali effetti collaterali a lungo termine della terapia antiretrovirale, in particolare della terapia con IP.
Si è così cominciato a definire con il termine lipodistrofia una sindrome che includeva non solo alterazioni morfologiche, quali accumulo di tessuto adiposo in sede dorso-cervicale (gobba di bufalo), adiposità centrale, perdita di tessuto adiposo alle estremità e al volto, ma anche alterazioni di parametri di laboratorio, quali aumento dei trigliceridi e del colesterolo, insulino-resistenza e diabete mellito di tipo II.
Nonostante tutte queste manifestazioni fossero state raggruppate sotto la voce sindrome lipodistrofica associata all'infezione da HIV, non era chiaro se si trattasse di entità separate o di componenti di una stessa sindrome clinica.
Solo nel 2003 è stata pubblicata la prima definizione di caso grazie al lavoro di Andrew Carr, autore di numerose pubblicazioni sul tema, che ha costruito una classificazione oggettiva, il più sensibile e specifica possibile. Oggi sappiamo che probabilmente il modo più corretto di descrivere questa condizione clinica è scinderla nelle sue componenti(alterazioni morfologiche lipoatrofiche o lipoipertrofiche, alterazioni
del metabolismo glucidico e lipidico) e che la lipodistrofia è la manifestazione della cronicità dell'infezione da HIV e che quindi si presenta nei vari soggetti con numerose sfaccettature differenti.
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